Telemedicina e E-health: il medico si avvicina al paziente


Non è una banale videochiamata in Skype, nè tantomeno un consulto telefonico.
 La telemedicina è una nuova metodica di assistenza sanitaria a distanza che consente di avere il proprio medico sempre ” a portata di mano” grazie all’utilizzo della tecnologia e della rete.
 È una realtà ormai consolidata in paesi come USA, Inghilterra e Spagna.
 In questi territori viene già utilizzata nelle scuole e negli asili consentendo un rapido primo intervento in caso di necessità (il medico può rendersi conto dell’eventuale situazione di emergenza e della gravità del caso prescrivendo l’opportuna terapia in maniera tempestiva in attesa dell’arrivo di ulteriori soccorsi).
 In USA vi sono delle vere e proprie applicazioni web per consentire ai propri assicurati di poter consultare il proprio medico in urgenza
.

Ma, tornando all’affermazione iniziale, è sufficiente avere Skype, FaceTime o un telefono perché si possa parlare di Telemedicina?
 Perché una visita in telemedicina possa avere il rigore scientifico necessario è importante che siano soddisfatte delle caratteristiche imprescindibili.
 La prima di esse è la corretta selezione del paziente in relazione al tipo di condizione clinica dalla quale lo stesso è affetto. 
Il medico esperto infatti conosce il tipo di approccio alle differenti patologie.
 Vi sono stati patologici in cui la parte più importante della visita è la “anamnesi” ossia il momento iniziale della visita, quello in cui il medico fa un vero e proprio interrogatorio al paziente indagando su tutto quello che può essere indizio importante per la definizione di una diagnosi e quindi di una terapia corretta.
 Un esempio caratteristico è rappresentato da pazienti che non possono recarsi presso lo studio del medico per vari motivi come per esempio pazienti con ansia e agorafobia o soggetti allettati per un comune ” colpo della strega”. 
In questo caso spesso il paziente ha difficoltà ad allontanarsi dal proprio domicilio non riuscendo nei casi più gravi a spostarsi per raggiungere il medico che lo dovrà visitare.

Una visita in telemedicina quindi è la strategia più adatta perché consente al paziente di essere esaminato direttamente dal luogo più confortevole per lo stesso, inoltre il disturbo di cui il paziente è affetto richiede una anamnesi approfondita per capirne nel dettato le caratteristiche, le modalità, i disturbi soggettivi che il paziente avverte.
 È uno dei casi in cui è sempre più vero l’antico aforisma ” l’anamnesi fa mezza diagnosi” tramandato dai vecchi clinici.
In pazienti del genere è anche importante per il medico poter ” guardare” o ” vedere” la costituzione del paziente, esaminando se vi sono dei movimenti che risultano difficoltosi da eseguire .
In questo caso la telemedicina permette al medico di eseguire la fase della visita chiamata “ispezione”.
 La telemedicina è utile anche nel caso in cui ci sia la necessità di seguire nel tempo (follow up) un paziente potendolo tenere costantemente sotto controllo.
 Il medico, in questa fattispecie, ha visitato il proprio paziente nella maniera “classica” nel corso della prima visita. 
Il paziente è già stato ” inquadrato” da un punto di vista diagnostico e terapeutico.
La telemedicina serve per garantire un continuo contatto a distanza e valutare il prosieguo della terapia nel percorso di guarigione.
Vi sono softwares dedicati nell’ambito della fisiatria e della riabilitazione che sono muniti di apparecchiature che riescono a monitorare dati importanti come ad esempio il ciclo del passo oppure l’arco di movimento di una articolazione.
Tali dati possono essere trasmessi al medico competente che è in condizioni di seguire anche in fase dinamica il processo di riabilitazione di un paziente affetto da disabilità.
 Un altro aspetto importante è il teleconsulto.
Con il teleconsulto si può realizzare un vero e proprio contatto fra professionisti interscambiando pareri di carattere diagnostico e terapeutico.
In questo modo un tracciato elettrocardiografico o un’immagine radiologica possono essere trasmesse via web e condivise in tempo reale da più sanitari contemporaneamente.

Nella mia esperienza utilizzo la telemedicina quotidianamente.
 Riesco a seguire pazienti che visito in altre città (eseguo consulenze anche fuori Roma e all’estero); visito, laddove le indicazioni lo consentano, pazienti a distanza per prescrizioni omeopatiche, pratico il teleconsulto con colleghi di prestigiose strutture italiane ed estere, eseguo esami ecografici a distanza.
 Ritengo che tale metodica sia un potenziamento del rapporto medico paziente e sarà un settore in evoluzione anche nel nostro sistema sanitario nazionale.

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Fibromialgia: il paziente “incompreso”

La fibromialgia è una sindrome complessa caratterizzata da dolore, fatica, disturbi del sonno, disturbi dell’umore, disturbi internistici.
I pazienti che ne sono affetti sono esasperati da una storia di malessere che li affligge spesso da molti anni senza aver mai trovato la diagnosi definitiva,  e , il più delle volte, si sono trovati di fronte a terapeuti la cui risposta è “non hai nulla”.
I fibromialgici totalmente incompresi nel loro dolore, iniziano a vivere questa condizione con molto disagio avendo la sensazione di non poter più guarire da una sindrome che li porterà nella loro percezione a diventare disabili ed un peso per la propria famiglia e la società.
Sempre più spesso il soggetto affetto da fibromialgia ha “provato” antidolorifici , cortisonici, antidepressivi e alla fine dice rassegnato “soffro di una patologia per la quale non c’è una cura specifica”.
La letteratura scientifica internazionale pone sempre più in evidenza l’efficacia delle medicine  “complementari” o “alternative” nel trattamento di questa condizione patologica.
Vi è dimostrazione scientifica e statistica che tecniche come l’agopuntura, l’omeopatia e la fitoterapia possono curare la fibromialgia anche in pazienti cronici e con storia ormai consolidata di malattia.
Nella mia esperienza professionale ho trattato persone affette da fibromialgia che spesso avevano fatto il “giro delle sette chiese”, avendo consultato molte figure professionali e senza avere mai avuto un giovamento sostanziale della loro situazione.
Il mio approccio è quello di iniziare a trattare e modificare lo stile di vita del paziente fibromialgico coinvolgendo (laddove possibile) gli affetti dello stesso nell’alleanza terapeutica che si instaura contro il “nostro” nemico comune che è la sindrome fibromialgica da cui il paziente è affetto.
In genere prescrivo rimedi omeopatici in accordo con le linee guida internazionali (vi sono già 3 trials scientifici pubblicati).
La prescrizione è da me personalizzata sulla base delle esigenze del paziente.
La terapia viene completata da sedute di agopuntura e, se necessario, dall’utilizzo di mezzi fisici (ad esempio laserterapia, magnetoterapia) per coadiuvare nell’azione antalgica e biostimolante.
La seconda fase della terapia consta di esercizi personalizzati e nell’individuazione di un’attività “allenante” (come ad esempio attività fisiche condotte all’esterno dell’ambiente sanitario).
La fibromialgia è come detto prima una sindrome articolata e complessa e quindi altrettanto articolato e complesso è il progetto riabilitativo per la cura della stessa.
In conclusione solo un approccio serio e scientificamente rigoroso può aiutare a trattare la fibromialgia ed il primo passo è saper riconoscere le esigenze del paziente che ne è affetto aiutandolo innanzitutto a non sentirsi spesso a ragione un incompreso.

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Ansia e trattamento olistico

L’ansia nelle sue varie forme e presentazioni cliniche spesso rappresenta un universo contro il quale anche medici e terapeuti esperti finiscono con l’arrendersi.
 Da dove deriva l’ansia? Si nasce così, ci si diventa o entrambe le ipotesi coesistono? Come si fa a quantificare oggettivamente il grado di ansia che una persona prova in un determinato momento?
 La medicina ufficiale dispone di sistemi di misurazione, diagnosi e terapia.
 Ma siamo sicuri che l’approccio sia efficace, specialmente se andassimo a chiedere ad un soggetto in cura per disturbi d’ansia “come ti senti?”.
 Può una terapia (qualunque essa sia) non tenere conto della percezione e delle sensazioni che la stessa provoca ad una persona alla quale viene somministrata?
 Non è questa la sede per addentrarci in discussioni approfondite né tanto meno si vogliono in poche righe contestare “linee guida” internazionali che in moltissimi punti a mio avviso forniscono delle soluzioni efficaci.
 Il fine è quello di fare una riflessione basata sull’esperienza diretta scaturita dall’ascolto, prima che dalla cura di persone che soffrono di disturbi d’ansia.
 E la prima considerazione che mi viene in mente è che l’ansia è difficilmente quantificabile dall’esterno.
 I vecchi maestri di semeiotica medica dicevano che solo un tipo di dolore è di lieve entità e facilmente sopportabile: quello degli altri. Altra considerazione: spesso il soggetto ansioso prende psicofarmaci che gli tolgono l’ansia, ma ansioso di base resta.
 Spesso i farmaci insieme all’ansia appiattiscono anche tutta quella serie di reazioni emotive, di pulsioni e di sensazioni che costituiscono l’emozionalità del soggetto e che spesso vengono confuse con il termine ansia.
 È veramente brutto e patologico che un adolescente al primo appuntamento con la ragazza dei suoi sogni abbia il cuore in gola? 
O che un artista abbia il crampo allo stomaco perché vede dal backstage il teatro pieno di pubblico?
 Forse l’approccio corretto dovrebbe essere volto alla correzione del dato spiacevole ed invalidante dal punto di vista individuale e sociale senza però anestetizzare l’emozionalità con cui una persona è nata, che la persona ha completato nella sua costruzione di vita quotidiana e con la quale quindi convive.
 L’omeopatia si propone di raggiungere questo equilibrio in associazione spesso ad altri interventi, come ad esempio la psicologia e l’agopuntura.
Per la medicina omeopatica si può nascere predisposti all’ansia (diatesi o miasmi) e le influenze sociali, alimentari ed ambientali determinano più o meno lo sviluppo della stessa.
 Un omeopata esperto deve visitare in maniera approfondita il paziente e deve indagare innanzitutto sulle abitudini alimentari, sociali ed ambientali del soggetto. È importante interrogare il paziente sul tipo di ansia da cui è affetto, comprendendo e codificando in maniera specifica le modalità con la quale essa si palesa (tremori? palpitazioni? dolori allo stomaco? ansia anticipatoria? agorafobia?). La prescrizione deve essere personalizzata sia per quanto riguarda il tipo di “rimedio” utilizzato sia la sua “diluizione”. I rimedi omeopatici, infatti, cambiano totalmente la loro caratteristica con il mutare della loro diluizione. Un altro dato molto importante per una corretta prescrizione è valutare l’associazione di un rimedio omeopatico con altre terapie. Spesso l’intervento olistico viene vanificato da prescrizioni di operatori poco esperti che trattano l’omeopatia come “prodotti da banco”, alla stregua della camomilla. Sui social è sempre più diffusa l’abitudine di divulgare “cure” fai da te con sostanze naturali in quanto sarebbero prive di effetti collaterali.
Per questo motivo non concluderò questa riflessione con un elenco di nomi di sostanze che possono essere utili per il trattamento dell’ansia. Non trovo deontologico e professionale dire che Ignatia Amara spesso tratta forme d’ansia accompagnate da insonnia e sintomi paradossali in quanto sintomi come “insonnia” in soggetti ansiosi possono trarre giovamento da una moltitudine di sostanze senza però per questo motivo aver curato la patologia di fondo che è l’ansia.
È opportuno in conclusione consultare un medico esperto in materia per la definizione di una terapia appropriata.
La mia personale esperienza consta di eccellenti risultati ottenuti in pazienti affetti da disturbi d’ansia generalizzata e da attacchi di panico con agorafobia altamente invalidanti. Generalmente, ho potuto constatare oggettivi miglioramenti già dopo le prime tre sedute di agopuntura e dieci giorni di terapia omeopatica “di terreno”.

Per maggiori informazioni, non esitate a contattarmi.

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